
Lunedì 23 gennaio 2006
Atterriamo a Bangkok all’alba. La pratica alla dogana è inquietante: un austero funzionario controlla con calma i documenti e scatta una foto con uno strana sfera di metallo posizionata sul banco, dopodiché attacca ad una pagina del passaporto un foglietto verde che è il permesso di soggiorno per 30 giorni tassativi, scaduti i quali sembra si possa essere sbattuti dentro una delle terribili prigioni thailandesi viste in molti film. Sto esagerando naturalmente ma, come avrò modo di verificare in seguito, il senso della gravità del reato è davvero relativo rispetto al mondo occidentale. Ritirati i bagagli, troviamo subito ad attenderci l’autista, con accompagnatore, per il trasferimento in hotel che avevamo prenotato dall’Italia: ci fa salire su una Volvo tutta bianca, dentro e fuori: comincia la nostra avventura in terra thailandese. La prima cosa che mi colpisce è che la città non ha assolutamente nulla di orientale: grattacieli modernissimi, torri con ristoranti rotanti sulla cima, strade a quattro corsie e traffico, tanto traffico.
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