Phuket: arrivo a Kata Beach

Domenica 29 gennaio 2006

Stamattina dobbiamo tornare a Bangkok per prendere l’aereo per Phuket. Saliamo su un tuk-tuk, guidato da una simpatica donnona, per raggiungere la stazione ferroviaria, un edificio bianco con una grande sala dove ci sono diversi monaci e gruppi di preghiera.

La maggior parte dei viaggiatori sono giovani ragazzi con zaino e scarponi da trekking. Il treno, secondo le indicazioni che avevo raccolto, dovrebbe portarci proprio alla stazione dell’aeroporto Don Muang. La carrozza, a differenza del trenino turistico alla Ferrovia della Morte, è quasi vuota. Qualcuno dorme sdraiato sui sedili in legno, probabilmente ha viaggiato tutta la notte e proviene dal nord. Sul soffitto c’è il tradizionale ventilatore a pale. Ogni tanto passano hostess con scatole piene di bomboloni fritti e glassati o mazzi di fiori. In un’ora arriviamo alla stazione di Don Muang ed effettivamente, dopo aver attraversato una passerella sopraelevata, arriviamo al terminal dei domestic flight. Continuano a rimandare la partenza del nostro volo Thai, solo il nostro, e alla fine riusciamo a partire con più di due ore di ritardo. In poco più di un’ora e dopo un atterraggio un po’ frettoloso, arriviamo a Phuket. L’aeroporto si trova a nord dell’isola mentre l’hotel che abbiamo prenotato è situato a sud, a Kata Beach, a circa 50 chilometri. A quanto pare i trasferimenti hanno un prezzo statale prestabilito, perciò prendiamo un macchinone, dove posso addirittura tenere la gambe distese anche seduto dietro, che per 500 bath ci porta a destinazione. L’autista, un distinto signore in giacca, ci intrattiene raccontandoci la terribile esperienza dello tsunami del 26 dicembre 2004, appena 13 mesi fa, che nella sola Thailandia ha fatto circa 7000 vittime. Chiede un paio di volte di potersi fermare: entra in un ufficio e, puntualmente, esce una ragazza che ci propone qualche tour dell’isola, evidentemente l’autista ha una percentuale. Alle fine, non resiste e chiede se vogliamo la compagnia di qualche (non una!) ragazza o lady-boy per la sera! E’ evidente che la prostituzione è il maggiore affare turistico della Thailandia! Arriviamo all’hotel che sono ormai le 18 e… ooohhh!!! La lobby è da togliere il fiato! In genere, per scelta, non posto le foto degli hotel dove alloggio ma questa volta faccio uno strappo alla regola, merita veramente.

E’ una specie di giardino pensile terrazzato, con una copertura trasparente e una fontana al centro. E’ pieno di piante e di orchidee. A differenza di altri grandi hotel, dove la magnificenza è data dall’eccesso, qui regna una sobria eleganza che mantiene comunque i caratteri tipici dell’architettura orientale.

Avevamo chiesto, in fase di prenotazione, una camera ai piani alti, non si sa mai, e invece ci hanno dato una camera a piano terra con veranda che affaccia direttamente sul giardino. Alla fine si è rivelata una grande comodità che ci ha resi completamente indipendenti dal resto della struttura ma, al tempo stesso, ci ha messo addosso una pigrizia tale da farci stare stravaccati tutto il giorno sui lettini sdraio davanti alla camera o in ammollo nella piscina relax, con vista sulla spiaggia, nonostante il mare bellissimo.

La spiaggia è tre gradini più sotto: la sabbia è bianca e sottile e l’acqua del mare trasparentissima, colore smeraldo. Dalla spiaggia, gli hotel e i resort sono discretamente nascosti da una folta vegetazione di palme e altre piante. La cosa che si nota maggiormente sono i tralicci, bianco-rossi, con in cima le sirene per eventuali allarmi tsunami. E’ impressionante pensare che, solo 13 mesi fa, qui a Phuket fosse tutto distrutto: la spiaggia devastata, gli hotel, le camere, le strade e i negozi pieni di fango, con auto capovolte e accartocciate e, purtroppo, centinaia di cadaveri. altrettanto impressionante è vedere come, in così poco tempo, non vi sia la minima traccia di quanto è successo: è tutto pulito, in ordine, le strutture alberghiere sono state completamente rimesse a nuovo. E mi viene spontaneo pensare se da noi, in Italia, sarebbe stato così. Le esperienze di recenti catastrofi naturali mi fanno propendere per il no.

La spiaggia è particolarmente suggestiva al mattino presto, quando mi alzo alle 6 per accaparrarmi i lettini davanti alla camera, prima che allestiscano sedie a sdraio e ombrelloni, e la sera, dopo il tramonto, quando è deserta.

Dopo una giornata passata in panciolle, a Phuket la cena non è un problema, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Appena usciti dal resort c’è un via, che corre parallela al mare, dove ci sono ristoranti di tutto i tipi: di pesce, thai, steakhouse e, naturalmente, italiani e pizzerie. Io ormai mi sono abituato e preferisco decisamente quelli thailandesi. Anche qui, nonostante sia una località turistica rinomata, con l’equivalente di 6 euro si riesce tranquillamente a fare una cena abbondante. La zona di Kata Beach non offre assolutamente nulla come divertimenti serali, per quelli bisognava andare a Patong, un po’ più a nord: Ivan comincia già a maledirmi.

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