
Giovedì 26 gennaio 2006
Mario (ho finalmente capito che questi thailandesi si attribuiscono nomi occidentali per facilitare i turisti) arriva a prelevarci all’hotel con qualche minuto di ritardo, il che ci provoca un po’ di ansia. Dobbiamo essere a Kanchanaburi per il primo pomeriggio: da casa, prima della partenza, ho prenotato un pacchetto che comprende 2 notti in hotel con servizio di mezza pensione e una serie di tour guidati che ci porteranno a spasso per la provincia di Kanchanaburi alla scoperta delle bellezze naturali e storiche della zona. Costo totale del pacchetto: 3600 bath, circa 80 euro!
Mario non parla italiano ma ci intrattiene, durante le due ore di viaggio, raccontandoci qualcosa in inglese sulla sua terra, sulla grandezza del re e su quanto ha fatto per il popolo. Tiene una lezione sulle noci di cocco: in pratica, quelle che arrivano da noi, quelle marroni per intenderci, sono i loro scarti; delle noci di cocco, qui, la parte principale non è la polpa ma il latte che viene utilizzato in cucina o come bevanda: infatti nei bar vengono servite noci verdi, aperte in cima, dove con la cannuccia si beve il succo o, se ghiacciate, si mangia tipo granatine, prenderò presto l’abitudine di ordinarle regolarmente. Kanchanaburi è una cittadina molto estesa e la ricerca dell’hotel non è facile, nonostante abbia tutti i bigliettini, stampati a casa, con l’indirizzo scritto in thai. Fortunatamente, passandoci davanti, riconosco la facciata che avevo visto su una foto su internet. La camera è decisamente più modesta rispetto all’hotel di Bangkok ma pur sempre dignitosa e pulita e con quella cura per il dettaglio tipica di queste zone. Nonostante sia già passato mezzogiorno, riusciamo a scroccare gli avanzi della colazione e a riempirci la pancia. Alle 15 passa a prenderci il tuk-tuk taxi (un’Ape Piaggio con i sedili) per il primo tour: sto per vivere una delle esperienze più entusiasmanti della mia vita! La meta è il Tiger Temple. Nostri compagni di viaggio due ragazzotti americani accompagnati da due ragazzine locali: i loro discorsi vertono esclusivamente su argomenti di carattere sessuale e vengo interpellato solo per tradurre in italiano l’espressione f**k! Il Tiger Temple dista circa 40 km: il viaggio dura circa un’ora ed è divertente sfrecciare su questo trabiccolo che arranca in salita.Il Tiger Temple è un luogo dove i monaci buddhisti accudiscono le tigri orfane o ferite trovate nella giungla. Durante il giorno, le tigri vengono tenute libere all’interno di una cava-canyon osservate e nutrite da numerosi assistenti, durante la notte vengono rinchiuse in grandi gabbie solo per evitare che si allontanino. E’ in progetto la costruzione, grazie al ricavato dei biglietti di ingresso (300 bath) e delle offerte, di un parco circondato da un profondo fossato in modo da permettere alle tigri di restare libere anche la notte. Si accede al canyon attraverso una gola rocciosa e arida. Arriviamo davanti alle tigri dalle quali restiamo ancora separati da una transenna. Le tigri indossano tutte un collare e, quando qualcuna diventa un po’ nervosa, viene legata a catene ancorate al terreno o alla roccia: dopotutto sono e restano animali selvatici, anche se parzialmente abituate all’uomo. Veniamo fatti entrare uno di seguito all’altro e ognuno di noi ha un assistente personale che non si allontana mai troppo e si occupa di scattare le foto con la nostra fotocamera per immortalare i nostri 10 minuti di gloria. La cosa strana è che nessuno ha tentennamenti o rinuncia ad entrare: forse è la tranquillità della situazione… o forse la rassegnazione. In circostanze diverse penso che nessuno si avvicinerebbe a questi animali.
E’ una vera emozione, non paura, stare accovacciato vicino a questi bestioni, accarezzarli e sentire il loro respiro. Non vorrei più andare via. I monaci coccolano le loro creature che sembrano ricambiare con le fusa. E’ quasi sera e accompagniamo le tigri nel loro rifugio notturno: Ivan ha ormai preso una grande confidenza e se ne sta di fianco al monaco e davanti agli assistenti. In una aiuola, due cuccioli giocano tra loro e si fanno accarezzare e prendere in braccio dai turisti.
Questa è una giornata che rimarrà indelebile nella mia mente e nel mio cuore per tutta la vita: penso (spero!) che tutto quello che ho visto e vissuto corrisponda veramente alla realtà e che non ci sia, in alcun modo, uno sfruttamento di questi animali a scopo turistico o peggio.
Torniamo in hotel. La cena viene servita in un locale adiacente, una specie di saloon thailandese dove si suona dal vivo musica country americana; la cucina è però rigorosamente thai: a differenza di quella cinese agro-dolce, questa è caratterizzata dal connubio dolce-piccante. Stasera mangio una minestra di pollo con peperoncino che nonostante l’aggiunta di latte di cocco per stemperare il piccante, pizzica davvero tanto. E da bere, l’immancabile birra Singha. Passeggiando per la via principale della città, troviamo, sopra un telefono pubblico, una scheda telefonica internazionale intatta che ci permette di chiamare in Italia, fissi e cellulari, a 14 cent/min. Ne abbiamo già un’altra comprata a Bangkok: adesso chiamiamo chiunque anche per raccontare una semplice sciocchezza!



