Ayutthaya e le sue rovine

Sabato 28 gennaio 2006

Alle 8 in punto, passa a prenderci un tizio con un mega pickup per portarci alla stazione delle corriere. Non parla inglese ma io provo a fare ugualmente il giochetto fatto a Bangkok con Cipollino: con la cartina e mostrando i soldi cerco di fargli capire quanto vuole per portarci ad Ayutthaya che dista 170 km da Kanchanaburi.

Mi fa capire che deve chiamare il capo. Concordiamo il prezzo: 30 euro… andata anche questa! In poco più di 2 ore siamo ad Ayatthaya, proprio davanti all’hotel. Qui abbiamo voluto fare le cose in grande: abbiamo prenotato la suite al piano attico, 100 mq di camera per 20 euro, colazione compresa. In pratica un’enorme palestra vuota lunga 15 metri con solo 2 letti e una scrivania. Ivan comincia a fare skating con l’appendiabiti a rotelle. C’è anche una fornita cucina. La vista dal finestrone a tutta parete davanti ai letti è spettacolare: si vede il panorama della città con le punte degli stupa che si innalzano tra le case basse e la vegetazione.

Da una porta-finestra sulla parete laterale della camera, si accede ad un terrazzino che guarda sul Chao Phraya, il fiume che attraversa anche Bangkok, sulla cui riva sorge un tempio dove ci sono lavori in corso.
Ci mettiamo in marcia verso la zona archeologica, passando prima per l’ufficio turistico della TAT, per ritirare un po’ di materiale. Per raggiungerlo, purtroppo, facciamo un’interminabile strada a quattro corsie: la giornata è molto calda e il calore che si leva dall’asfalto è micidiale. Bene o male raggiungiamo il Parco Storico, patrimonio dell’umanità UNESCO.
La storia di questa città è molto affascinante: Ayutthaya è stata la capitale della Thailandia (allora Siam) dal 1350 al 1767. Attorno al 1600, raggiunse il suo massimo splendore e divenne la meta di mercanti europei (olandesi, francesi, britannici, portoghesi), cinesi e giapponesi: era l’estremità orientale della via della seta e, allora, contava un milione di abitanti (adesso sono circa 80.000) ed era considerata una delle città più belle e ricche del mondo. Dopo aver subito diversi attacchi, venne conquistata nel 1767 dai birmani e quasi completamente distrutta. Da allora iniziò un declino inesorabile e fu abbandonata al punto tale da venire quasi completamente ricoperta dalla vegetazione della giungla circostante.

Nel Parco Storico di Ayutthaya, sono conservati i resti di questo antico splendore. Il modo migliore per visitarlo sarebbe quello di noleggiare una bici ma noi decidiamo di percorrerlo lentamente a piedi, zigzagando tra le rovine, scelta non molto azzeccata visto che le distanze sono molto superiori a quanto sembrano sulla cartina. Il monumento principale di questa città è sicuramente il Wat Phra Si Sanphet dove si ergono i tre stupa che sono il simbolo di Ayutthaya, la cui forma ha ispirato la costruzione di quello dorato presente al Wat Phra Kaew di Bangkok.

Tutto attorno, rovine che testimoniano la grandezza di questa città e la ferocia con cui fu saccheggiata e distrutta dai birmani. Fa una certa impressione vedere le statue dei Buddha decapitati messe tutte in riga. I wat sono distribuiti su un’area molto ampia, molti sono addirittura oltre il fiume che scorre a nord: Ayutthaya è un effetti una sorta di isola circondata da tre fiumi e i suoi canali. Tra i vari monumenti ci sono grandi parchi, un po’ aridi in questo periodo, con laghetti dove sostare e riposarsi sotto grandi chiome.

Verso la fine del nostro giro, troviamo il Wat Mahathat dove si trova la famosa testa di Buddha intrappolata dalle radici di un albero che rappresenta la cartolina simbolo di Ayutthaya presente in tutte le brochure.

Per tornare all’hotel, decidiamo di passare per il centro della città anche perché dobbiamo prelevare dei soldi. Qui troviamo un bellissimo e variopinto mercato. Sui marciapiedi c’è anche qualche lebbroso che chiede l’elemosina: questa cosa mi tocca molto perché non pensavo che questo problema esistesse anche nella “ricca” Thailandia, specie in città. Ho a che fare con la lebbra fin da giovane quando i miei andavano spesso in India, anche per mesi, a prestare aiuto ma il fatto di vederli qui, in mezzo a un paese gestibile sotto il profilo sanitario, mi stupisce. La parte cinese del mercato è claustrofobica, dentro vicoli stretti coperti di lamiera che rendono l’aria torrida e irrespirabile. Marcano un paio di chilometri all’hotel, ho i piedi che mi fanno male (avremo fatto 10 km oggi), cerco di contrattare un passaggio in tuk-tuk ma non riuscendo a ottenere il prezzo che volevo, lo mando a quel paese: sono proprio un fesso! Ormai sono così entrato nell’ottica che tutto qui si riesce ad ottenere al prezzo voluto, che mi faccio mezz’ora di strada per non pagare 50 centesimi! Sono un imbecille… e uno stronzo sfruttatore!

Dopo una bella doccia e un po’ di relax, usciamo per andare a cena in un ristorante consigliato dalla LP e… oops, le strade sono deserte, è tutto chiuso! Troviamo un KFC, dentro due ragazzine stanno lavando il pavimento e la porta è già chiusa. Nonostante questo, ci fanno entrare e mangio la peggior pizza mai assaggiata in vita, meglio di niente. Ci spiegano che oggi è la vigilia del Capodanno Cinese. Lasciamo in fretta il locale per permettere loro di andare a festeggiare e ci rassegniamo a tornare in hotel dove troviamo le chiavi della camera in bella vista sul banco della reception, sono spariti tutti, alla faccia della sicurezza! Ma la serata non finisce qui: dal tempio sul Chao Phraya si levano musiche, canti e suoni di tamburi: ecco spiegati i lavori che vedevo stamattina. A mezzanotte, comincia anche uno spettacolo pirotecnico che ci gustiamo beatamente dal nostro terrazzino.

E domani si vola a Phuket!

Lascia un commento